vivo o percepisco

vivo o percepisco?

A volte mi domando se la realtà sia davvero ciò che viviamo oppure soltanto ciò che percepiamo.

Perché tra queste due cose esiste uno scarto sottile, quasi impercettibile. Noi siamo convinti di attraversare il mondo, ma in fondo non sappiamo mai se stiamo davvero vivendo qualcosa o se stiamo soltanto registrando una versione interiore di ciò che accade.

Ci fidiamo dei sensi come se fossero testimoni affidabili, ma i sensi sono traduttori imperfetti. Prendono il mondo e lo trasformano in una lingua che appartiene soltanto a noi. Forse la realtà non è ciò che accade fuori, ma ciò che accade dentro mentre qualcosa accade fuori.

E allora nasce un dubbio.

Ci sono momenti in cui mi accorgo di sapere cose che non ho mai vissuto. Conosco volti che non ho mai incontrato. Riconosco atmosfere che non ho mai attraversato. È una sensazione strana, quasi inquietante, come se dentro di noi esistesse una memoria che non appartiene alla nostra storia.

Non è ricordo, perché non ha origine. Non è immaginazione, perché possiede una consistenza troppo precisa.

È qualcosa che sembra precedere l’esperienza.

Come se la mente avesse accesso a una specie di archivio silenzioso dove galleggiano frammenti di esistenze, immagini, gesti, paure, desideri. E ogni tanto qualcosa emerge in superficie senza chiedere il permesso alla logica.

Forse viviamo molto meno di quanto crediamo.

Gran parte di ciò che chiamiamo vita potrebbe essere soltanto percezione che si organizza, interpretazione che si consolida, significato che la mente costruisce per non sentirsi dispersa nel caos.

Eppure quelle percezioni sono reali quanto la materia.

Perché ciò che sentiamo modifica ciò che vediamo. Ciò che temiamo modifica ciò che accade. Ciò che immaginiamo modifica persino il modo in cui il tempo si deposita dentro di noi.

A volte mi sembra che tutto ciò che ho vissuto possa coesistere nello stesso momento.

Come se il tempo non fosse davvero una linea che scorre, ma uno spazio immobile in cui ogni istante rimane sospeso. L’infanzia, gli amori, le strade percorse, le stanze abitate, le parole dette e quelle rimaste in silenzio. Tutto lì, presente, simultaneo, come se nulla fosse davvero passato.

Come se ogni frammento della mia vita continuasse a esistere da qualche parte, in un punto invisibile della realtà. Non come ricordo, ma come presenza silenziosa che non si è mai dissolta davvero.

Eppure nello stesso momento sento anche l’opposto.

Sento che tutto ciò che ho vissuto potrebbe essere cancellato in un solo istante, come una traccia sulla sabbia che il mare decide di portare via. Senza lasciare segni, senza lasciare prove.

Come se la vita non fosse qualcosa che resta, ma qualcosa che accade soltanto mentre la percepiamo.

Ed è qui che nasce il dubbio più profondo.

Se tutto può coesistere e allo stesso tempo scomparire, allora cosa significa davvero che qualcosa è esistito?

Forse l’esistenza non è una proprietà delle cose. Forse è soltanto un momento di coscienza. Un istante in cui qualcosa viene percepito e, per quella brevissima durata, diventa reale.

Poi torna nel silenzio da cui era emerso.

Forse il mondo esiste davvero. Ma la realtà che abitiamo è solo la versione che il nostro sguardo riesce a costruire. E dentro quella versione si muovono anche volti che non abbiamo mai visto, luoghi che non abbiamo mai raggiunto, ricordi che non ci appartengono.

Forse non sono illusioni.

Forse sono soltanto parti di realtà che non abbiamo ancora incontrato.

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