ricordo tutto

RICORDO TUTTO.

Mi ricordo TUTTO.

E quando dico tutto, non è un modo di dire.
Non è una frase romantica, né un’esagerazione.

È una CONDIZIONE.

Ci sono persone che dimenticano.
Che lasciano scivolare via le cose.
Che archiviano, chiudono, vanno avanti.

Io no.

Io TRATTENGO.

Ogni cosa che attraversa la mia vita lascia una traccia.
E quella traccia non svanisce.
Resta lì, viva, precisa, intatta.

Non si consuma col tempo.
Non si sbiadisce.

Resta.

Mi ricordo gli sguardi.
Non solo gli occhi…
ma ciò che li abitava.

Mi ricordo i silenzi.
Quelli pieni, quelli sospesi, quelli che contenevano più verità delle parole.

Mi ricordo gli ISTANTI in cui qualcosa è cambiato,
anche quando fuori non si vedeva nulla.

Mi ricordo la luce.
Il modo in cui accarezzava una stanza.
L’ora esatta di un pomeriggio che non tornerà mai più
e che tuttavia, dentro di me, esiste ancora, PERFETTO.

Mi ricordo i profumi.
E i profumi sono i più spietati.

Perché non chiedono permesso.
Arrivano…
e spalancano tutto.

Senza filtri.
Senza difese.

E in un attimo non sei più dove sei.
Sei altrove.
Sei prima.
Sei dentro qualcosa che credevi passato,
ma che in verità non se n’è mai andato.

E a un certo punto, inevitabilmente,
inizio a dubitare.

Non dei ricordi.
Ma del tempo stesso.

Perché se tutto ritorna così,
se basta un odore, un suono, una luce
per essere di nuovo esattamente lì…

allora cos’è davvero il tempo?

Siamo sicuri che sia una linea?
Una sequenza ordinata di prima e dopo?

Oppure stiamo semplicemente attraversando
una serie di SENSAZIONI,
che si riaccendono quando qualcosa le richiama?

E se non vivessimo dentro un tempo preciso…
ma dentro una percezione precisa?

Se tutto fosse modellato
non da ciò che accade,
ma da come lo sentiamo?

Allora dove si trova davvero
la linea temporale?

Esiste davvero…
o è solo un’illusione che ci serve
per non perderci?

Per anni ho pensato fosse una questione mentale.
Attenzione.
Sensibilità.
Memoria allenata.

Poi ho capito che non c’entra niente.

Non è nella testa.

È nel modo in cui VIVO.
Nel modo in cui SENTO.

Io mi innamoro di tutto.

Non solo delle persone.

Mi innamoro degli ISTANTI.
Delle atmosfere.
Dei silenzi.
Di quelle vibrazioni sottili che pochi percepiscono,
ma che per me diventano assolute.

Mi innamoro dei dettagli che nessuno guarda.
Di una mano che si muove in un certo modo.
Di una pausa impercettibile in una frase.
Di una risata che dura mezzo secondo in più del normale.

Mi innamoro dell’invisibile.

E quando ami così,
non puoi permetterti di dimenticare.

Perché non sarebbe dimenticare…
sarebbe TRADIRE ciò che hai sentito.

E allora la mente non archivia.

CUSTODISCE.

Tiene tutto lì, accessibile.
Sempre.

Non importa quanto tempo passi.
Non importa quanto la vita proceda.

Basta un segnale, anche minimo,
e tutto ritorna.

Non come ricordo.

Ma come PRESENZA.

Come se il tempo non fosse una linea,
ma una costellazione di punti vivi,
tutti simultaneamente accessibili.

E io li attraverso.

Senza tregua.

Ci sono momenti in cui è un DONO.

Perché significa aver vissuto davvero.
Significa non aver lasciato scappare nulla.
Significa aver dato dignità a ogni frammento.

Ma c’è un’altra faccia.

Più silenziosa.
Più grave.

Perché se tutto resta…
resta anche ciò che pesa.

Resta ciò che manca.
Resta ciò che si è infranto.
Resta ciò che non tornerà mai più
ma che dentro continua a vivere
con ostinata presenza.

E in questo trattenere,
in questa PIENEZZA incessante,

sento la SOLITUDINE.

Perché intorno a me vedo persone
capaci di fare qualcosa che per me è quasi inconcepibile.

Vanno avanti.

Ma non nel senso nobile del termine.

Vanno avanti cancellando.

Dimenticando intere parti di vita
con una leggerezza disarmante.

Come se nulla fosse stato davvero.
Come se certi momenti non avessero avuto peso.
Come se certe emozioni non fossero mai esistite.

E allora mi chiedo…

Com’è possibile?

Com’è possibile cancellare?
Com’è possibile spegnere ciò che è stato VIVO?
Com’è possibile fare finta di niente
e continuare come se nulla fosse accaduto?

Serve forza?
Serve coraggio?

Oppure è il contrario?

È forse una forma di difesa?
Una necessità di sopravvivenza emotiva?

Perché io, quella cosa lì,
non la so fare.

Io non cancello.

Io porto con me.

TUTTO.

E forse è proprio questo
che crea distanza.

Perché mentre io continuo a vivere anche ciò che è stato,
gli altri vivono solo ciò che è adesso.

E tra questi due mondi
c’è uno spazio immenso.

Silenzioso.
Incolmabile.

È una ricchezza.
Ma è anche un peso.

Perché nulla si alleggerisce davvero.

Nulla si dissolve.

Nulla si congeda.

E allora sì…

A volte è una condanna.

Perché niente se ne va.

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